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Nessun genere musicale ha influenzato la musica di altre culture al pari di quello brasiliano. Nessun altro genere musicale può vantare una presenza così radicata in linguaggi distanti per natura e per storia, al pari delle tracce che la musica brasiliana ha lasciato un po' dappertutto. È un fatto.
Il persistente sincopato del samba, o quello più prolungato e sinuoso della bossa nova, affiorano riconoscibilissimi. Bastano poche battute per imprimere alla melodia un andamento inequivocabile.
Ne hanno usufruito un po' tutti, dalla colta e ibrida musica di Gerswhin e Bernstein, inclini ai richiami popolari e soggiogati anche loro dal calore del Sud del mondo al jazz raffinato degli esclusivi club newyorkesi in cui Frank Sinatra pescava a piene mani nelle nuove melodie di Jobim.
Il mescolamento fa parte del bagaglio naturale di una cultura che è nata nell'ibridazione e che nella commistione razziale si è sviluppata. Dall'arrivo dei primi scopritori portoghesi nel ‘500, alle deportazioni di intere generazioni kimbundo dall'Africa, alle immigrazioni di europei dall'800 in poi.
Come fare ad avere una sola religione, una sola razza, una sola lingua? Semplicemente non è stato possibile.
Falliti i tentativi di cercare, costruire e alimentare un barlume di identità culturale monolitica, scoraggiati anche dalla distanza con i continenti che fornivano il materiale umano, le religioni animiste si sono mescolate al cristianesimo così come il tupi si è confuso con il kimbundo e con il portoghese, amata e odiata lingua del colonizzatore, e così come il sangue si è mescolato con il sangue.
Anche i gesuiti, in Brasile, erano diversi. Mescolati pure loro fra gli indigeni, predicavano in una lingua mista, con un lessico impastato di prestiti dal tupi e dal kimbundo , un vangelo molto diverso da quello canonico, incline all'accoglienza, senza imposizioni di fede. Un vangelo aperto, che oggi definiremmo alternativo. La curiosità per la cultura musicale del Brasile, per molti versi ancora relegata in ristretti ambiti accademici, da noi, in Europa, è apparsa quasi dal nulla poco prima degli anni '70. La spinta è stata generata da una diaspora forzata degli intellettuali brasiliani in cerca di salvezza dalla feroce censura fascista, la quale, dopo il golpe militare del '64, tentava ostinatamente una artificiosa omologazione delle coscienze.
A Londra riparò lo sconosciuto Caetano Veloso insieme a Gilberto Gil, da noi Chico Buarque, raggiunto poi da Roberto Carlos, Toquinho e Vinicius de Moraes.
Quello che allora sapevamo del Brasile riguardava, guarda caso, il mondo del calcio. Il Brasile aveva vinto quasi tre campionati mondiali di seguito: nel '58 in Svezia, nel '62 in Cile e nel '70 in Messico – proprio in una spettacolare finale contro l'Italia - trascinato dal fenomeno ineguagliato di Edison Arantes do Nascimento, meglio conosciuto come Pelé. Per noi, italiani degli anni '70, bastava così. Cos'altro c'era da sapere oltre alla biografia di Pelè, alle sue prodezze e al numero di goal segnati?
Quelli erano anni delicati. La pressione della guerra fredda, il terrorismo dilagante, la corsa economica da mantenere: come facevamo ad occuparci dei drammi di altri Paesi?
L'intero contesto preludeva, quindi, ad un cieco ma rapido successo.
Che venne. Veloce, come le inarrestabili corse di Pelé.
La musica brasiliana si impossessò di tutti gli spazi possibili. Da Canzonissima a Sanremo, la folgorazione brasiliana toccò la carriera dei divi nostrani. Ornella Vanoni, per esempio, naturalmente portata allo strascinio vocale del samba, e poi la prorompente vitalità di Mina – chi può dimenticare il refrain di “… quando la banda passò”? – insieme a cultori più riservati come Sergio Endrigo e Bruno Lauzi, e poi a quelli più colti e impegnati come Ivano Fossati e Fabrizio de Andrè.
Tutti accumularono un debito nei confronti della musica brasiliana.
Il rapido successo coincise con l'altrettanto rapida creazione di uno stereotipo che imbrigliava il brasiliano in un essere molle e triste, che balla scalzo sulla spiaggia, gioca bene a calcio anche senza scarpe, articola male le parole, non pronuncia le dentali e nasalizza le vocali finali. La lingua, spesso incomprensibile anche se condivide lo stesso ceppo latino dell'italiano, è facile da imitare, basta declinare le parole in –ão e il gioco è fatto.
La pubblicità, oggi, lo suggerisce ancora.
Il traino del successo durò poco più di cinque anni e già nel '75 impresari e organizzatori avvertivano il declino dell'interesse del pubblico. Con qualche eccezione, certo, ma parecchi si trovarono fuori “mercato”, sostituiti dall'incalzante pop inglese, un'altra moda, un altro mercato, un altro mondo.
La curva proseguì, con alterne vicende, fino ad oggi, mantenendo intatto però il pregiudizio dello stereotipo, fatto anche di carnevali scintillanti e opulenti, ballerine instancabili, colori e sfarzi e annebbiando quel senso di debito dovuto alla musica brasiliana.
Un senso di riconoscenza che almeno avrebbe potuto spingerci a domandarci se quella medaglia aveva anche un rovescio.
E di rovesci della medaglia ce n'erano. Non sono solo le favelas, sobborghi degradati che quasi si giustificano in concentrazioni urbane di milioni di persone, in Brasile come in India o in Africa. Non solo il turismo sessuale, così fiorente da giustificare oggi voli charter settimanali dal “nostro” nordest al “loro” nordest.
Il rovescio è anche la deportazione forzata di migliaia di famiglie dalla loro terra, ammassate in periferie urbane disumanizzate in nome di un capitale globalizzato che deve togliere agli altri quello che vuole per sé.
Una deportazione silenziosa, sistematica, che ha trovato l'unica forma di resistenza nell'aggregazione di queste “non persone” e nella nascita del Movimento dei Sem Terra. Decimato in diversi massacri di Stato, due dei quali sono rimasti tristemente famosi: Corumbiara (1995) e Eldorado dos Carajas (1996).
A questa umanità sradicata da terra, strappata dal suolo, a questo rovescio accantonato, il fotografo Danilo De Marco ha dato un volto, fissando il loro quotidiano in immagini di impressionante lacerazione.
Sorprende la somiglianza di alcuni caratteri con la nostra fisionomia, quasi un richiamo da fratelli che rende queste storie umane paradossalmente simili alla nostra storia. Colpisce la fiera dignità nella deprivazione dei bisogni essenziali. Immagini che sradicano lo stereotipo in un contrappasso capovolto, rendendo rovescio il verso abituale. Il gioco di abbinare versi musicali e titoli di famose canzoni brasiliane al documento fotografico di Danilo De Marco aggiunge, lo spero, un pizzico di amarezza al grido della miseria. È un passare di mano, una consegna di chi ha visto e non può far finta di niente.
Gabriele Giuga